Sapori Vesuviani

Il carciofo di Schito

Scritto da Luigi Balzano

Del carciofo si parla già nell’antica Grecia dove la pianta viene chiamata Cynara ( da qui il nome del famoso amaro). Al carciofo vengono attribuiti poteri afrodisiaci perché si dice racchiudesse una bellissima e prosperoso Ninfa amata dal dio Zeus. Ma questa è leggenda. I primi a sfruttare i pregi, le virtù ed i benefici di questo ortaggio furono, neanche a dirlo, i Romani che lo decantavano come alimento toccasana per il nostro organismo. Letteralmente scomparso per alcuni secoli, in Italia fu reintrodotto e coltivato su larga scala a partire dal 1400, quando la famiglia de’ Medici lo introdusse in Toscana. Tra le qualità prelibate e più ricercate il violetto di Toscana, il romanesco, coltivato soprattutto nel basso Lazio, lo spinoso di Palermo, lo spinoso Sardo, il Chioggia. In Campania la coltura del carciofo (carcioffola in dialetto) si sviluppa intorno alla prima metà dell’Ottocento, in particolare nell’ area vesuviana in una zona detta Schito nei pressi della foce del Sarno tra i comuni di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia. Grazie anche alle grandi opere di bonifica dei Borboni, questa coltura trovò notevole sviluppo nella piana del Sele, nelle campagne di Paestum dove il il carciofo di Paestum, protetto dal 2004 con il marchio IGP ( indicazione geografica protetta) rappresenta una delle più rinomate specialità gastronomiche campane. La coltivazione di questo ortaggio è molto diffusa anche lungo la valle del fiume Sarno da Scafati, a San Marzano, a Striano a Nocera. La caratteristica della coltura sta nell’uso di cappucci di terracotta, detti pignatte o pignattelle che servono a proteggere l’infiorescenza dal freddo e dall’umidità e a rendere il carciofo particolarmente tenero. La produzione ha inizio in primavera e si protrae fino a maggio; il carciofo di Schito è abbastanza precoce e la sua massima produzione avviene a fine marzo, periodo che coincide con la festività dell’Annunziata.

Autore

Luigi Balzano

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